Di Francesco Filini

Mentre i media di tutto il mondo sono intenti a bombardare le menti occidentali sulla crisi, sullo spread, sull’inflazione, il PIL, il debito e le borse, propinando grafici, simboli, numeri e termini impossibili, ritengo sia necessario volgere lo sguardo e la nostra attenzione su chi oltre un secolo fa aveva già denunciato questo meccanismo perverso dell’indebitamento degli stati, offrendo anche delle soluzioni semplici ed immediate. Tra i tanti personaggi che ispirarono il grande poeta Ezra Pound, menzione particolare merita Clifford Hugh Douglas, ingegnere britannico teorico del movimento distributista basato sul credito sociale. Nel 1919 pubblicò una serie di articoli dal titolo Economic Democracy, dove elaborò la sua teoria del credito sociale. Douglas partiva da un presupposto fondamentale: lo Stato non ha alcun bisogno di indebitarsi perchè è lui il detentore del credito. Anzi, proprio perchè ha il potere del credito è lo Stato stesso a concedere finanziamenti e sviluppare una politica economica di sostegno alle fasce deboli.

In cosa consiste il potere di credito di uno Stato? Consiste nella facoltà di coniare moneta che non è la ricchezza ma soltanto l’unità di misura con la quale si da valore ad un prodotto. Spesso si sente dire: “se lo Stato avesse questo potere succederebbe un disastro perchè chi va al governo non resisterebbe alla tentazione di stampare milioni e milioni di banconote per risolvere i problemi economici”. I sostenitori di questa tesi banale non hanno ancora capito la vera natura della moneta. Ezra Pound coniò un paradosso fenomenale:

“Dire che lo Stato non può fare e creare perchè manca denaro è ridicolo quanto dire che non si può fare una strada per mancanza di kilometri”.

Questo paradosso serviva a Pound per sottolineare la vera natura del denaro, di un semplice simbolo convenzionalmente riconosciuto dai cittadini per scambiarsi reciprocamente beni e servizi. La moneta non è la ricchezza, è solo un simbolo. E ogni simbolo rappresenta un contenuto: alterare con artifizio la quantità di simbolo circolante non equivale ad aumentare la ricchezza. Ovviamente vale anche il contrario. Ma a questo punto diviene indispensabile analizzare cos’è la ricchezza, cos’è il valore. La vera ricchezza di una nazione è data dal lavoro del suo popolo: solo attraverso il lavoro si produce ricchezza e ad ogni lavoro deve essere riconosciuto un valore. Il valore non è nell’oggetto del lavoro, e nemmeno nella materia. Il valore è il risultato di un’attività “spirituale” dell’uomo, è l’elaborazione di una previsione: do valore ad un pezzo di pane perchè con esso prevedo di placare la mia fame, quindi riconosco nel lavoro del fornaio e del contadino che gli ha fornito le materie prime un valore. Alla stessa maniera il fornaio riconosce il valore del mio lavoro di elettricista perchè con l’elettricità prevede di far funzionare la sua impastatrice. Il valore del nostro lavoro è simboleggiato dalla moneta, mezzo convenzionalmente riconosciuto che permette lo scambio del prodotto dei lavori.

Ecco perchè lo Stato deve fornirci il mezzo con cui possiamo lavorare: il denaro. I soldi ci servono per lavorare, per produrre ricchezza. Il denaro acquisisce valore solo quando ha un lavoro dietro perchè di questo ne è soltanto un simbolo. Attualmente la Banca centrale emette moneta a costo zero (la carta stampata è solo il 10% dell’intera massa monetaria circolante, oggi si fa tutto alla velocità della luce con poche bytes attraverso i terminali) e la presta agli Stati pretendendo indietro lo stesso denaro che però ha acquisito valore attraverso il lavoro dei cittadini, con l’aggiunta di un tasso d’interesse. Un inganno colossale.

Supponiamo che lo Stato torni a coniare moneta come accadeva prima del 1694 (anno cui nacque la prima Banca Centrale, quella d’Inghilterra), supponiamo che questa moneta fosse prestata ai cittadini come immaginava Douglas. Anche con un tasso d’interesse. I cittadini con il loro lavoro daranno valore al denaro, lo Stato si preoccuperà di emetterne tanto quanto ne serve. Se ne emette poco i cittadini non avranno il mezzo con cui poter scambiare il lavoro, se ne emette troppo cambierà la scala di misura del denaro stesso: ovvero ci sarà inflazione, un termine latino che significa “rigonfiamento”, che sta a dirci che troppo denaro circolante rispetto al lavoro effettivo provoca un fisiologico aumento dei prezzi per far si che il denaro venga riassorbito dal mercato. Ma torniamo al ragionamento di Douglas. Lo Stato a fine anno chiederà ai cittadini di restituire il denaro che aveva dato in prestito, maggiorato del tasso d’interesse. Le casse statali saranno piene di denaro che ha acquisito valore, il bilancio sarà in attivo e si procederà alla spartizione dei dividendi. In economia il dividendo è quella parte di utile che viene redistribuita ai partecipanti al capitale, agli azionisti. Gli unici azionisti dello Stato non potranno che essere i cittadini stessi che lo hanno creato, demandandogli la sovranità. A quel punto saranno i cittadini stessi ad incassare i dividendi e vedranno riconosciuto il valore del loro lavoro con del denaro che gli sarà accreditato e non addebitato. Lo Stato potrà chiedere una parte di quel denaro per costruire infrastrutture, finanziare opere pubbliche e aiutare gli indigenti, creando sempre nuovi posti di lavoro. Ecco cos’è il credito sociale, ecco cosa intendiamo per dividendo nazionale. I cittadini del North Dakota l’avevano capito un secolo fa, quando si rifiutarono di ricevere denaro in prestito dalla Federal Reserve. Lo fecero nel 1920, a un anno esatto dalla pubblicazione delle teorie di Douglas. Oggi hanno una disoccupazione pari al 3,3% e un avanzo di bilancio di quasi 400 MLN di dollari.

Possiamo dire che la storia gli ha dato ragione?

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