Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Di Francesco Filini

Domenica 26 febbraio è stata per i Cristiani la prima domenica di Quaresima, il periodo preparatorio alla Pasqua che dura 40 giorni, come 40 furono i giorni che il Cristo Gesù passò a digiuno nel deserto. In realtà il numero 40 ricorre spesso nella Bibbia: infatti tanti giorni durò il Diluvio Universale, come tanti furono gli anni che il popolo d’Israele passò nel deserto dopo aver attraversato il Mar Rosso o i giorni e le notti che Mosè trascorse sul Monte Sinai prima di ricevere le tavole della legge. Anche il Profeta Elia dovette trascorrere 40 giorni nel deserto prima di arrivare sul Monte Oreb, esattamente come il Profeta Giona annunciò la distruzione di Ninive, sempre per quaranta giorni. Nel Nuovo Testamento, oltre ai giorni trascorsi dal Cristo nel deserto, vediamo che furono proprio 40 i colpi della flagellazione, come i giorni che il Risorto trascorse con i suoi discepoli prima dell’Ascensione.

Di non poco fascino l’architettura della composizione letteraria biblica, utile a capire come non sia possibile comprendere fino in fondo tanto il messaggio del Vecchio quanto quello del Nuovo Testamento se non vengono considerati nel loro insieme. Tornando al periodo quaresimale, vediamo come la festività mobile della Pasqua dei cristiani sia suddivisa in tre anni liturgici: l’anno A, B e C. L’episodio delle tentazioni a cui si accennava all’inizio è presente soltanto in tre Vangeli, i cosiddetti sinottici. Di fatti, nel Vangelo di Giovanni l’autore non ne fa il minimo accenno, si passa dal battesimo nel Giordano:

Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio

alla vocazione dei primi discepoli.

Invece nei tre sinottici si passa uniformemente dall’episodio del Giordano ai famosi 40 giorni e 40 notti trascorsi a digiuno nel deserto, con l’episodio delle tentazioni. Ogni Evangelista racconta l’episodio dal suo specifico punto di vista: troviamo infatti in Matteo e in Luca una sostanziale identicità negli episodi narrati con le famose tre tentazioni che possiamo riassumere in questa maniera: “trasforma le pietre in pane”, “sei sei davvero il figlio di Dio gettati dal pinnacolo del tempio” e “ti darò tutti i regni del mondo se ti prostrerai e mi adorerai”.

Nel più ermetico Marco l’episodio viene invece raccontato in poche ma significative righe:

Subito dopo lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da Satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano

Una differenza di non poco conto. Ma a cosa alludeva Marco quando parlava delle fiere? Molti teologi e la stessa Chiesa Cattolica sono concordi nel ricollegare l’episodio al Libro di Daniele, dove il profeta del Vecchio Testamento si trova a fronteggiare nella profezia i grandi eserciti stranieri che avevano come emblema delle belve feroci, che rappresentavano il potere politico ed economico dell’epoca (dovremmo essere attorno al 164 a.C.). Alla stessa maniera il Cristo Gesù, all’inizio del suo Ministero dopo il Battesimo del Giordano, tentato da Satana nel deserto, si trova con le fiere che rappresentano quindi i poteri politici ed economici con cui si dovrà misurare nella sua epoca: il Sinedrio, gli scribi e i farisei. Ma sappiamo bene che i simboli evangelici non possono essere relegati esclusivamente al tempo in cui visse Gesù: infatti nella visione cristiana (e l’Unione Europea affonda le sue radici anche in questa cultura, ipse dixit) intendono alludere alla più profonda e recondita natura umana. Così, tanto nel Libro di Daniele quanto nel Vangelo di Marco viene messo in luce l’aspetto umano più buio, che è appunto quello della sopraffazione. Le belve per vivere sono portate dalla loro stessa natura a prevaricare il prossimo, ad uccidere seguendo l’istinto feroce. Alla stessa maniera gli uomini di allora, come quelli di oggi, sono spesso portati ad assumere l’atteggiamento proprio delle fiere con l’aggravante di compiere perlopiù atti non dettati dall’istinto inferiore, ma dalla ragione umana. In termini giuridici si direbbe: non con colpa, ma con dolo.

Quindi Marco ci racconta come Satana tentava il Salvatore servendosi della natura inferiore dell’uomo. Nei Vangeli il demonio mostra di conoscere molto bene l’uomo, tant’è che nell’episodio delle tre tentazioni raccontato da Luca e da Matteo prova a sedurre il Cristo cercando di suscitare in lui la bramosia, facendo leva sulla paura ed evidenziando come l’uomo sia condannato a lavorare per vivere. Cerchiamo di approfondire.

La tentazione volta a suscitare il desiderio di possesso e di ricchezza la troviamo così narrata in Matteo:

Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai»

e così in Luca:

Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo

L’entità luciferina mostra tutto lo splendore e la magnificenza del suo mondo, un’illusione che s’accende facilmente nell’anima umana che possieda un minimo d’orgoglio. Il prezzo da pagare per l’illusoria maya luciferica è la sottomissione. Ma l’attacco viene rispedito al mittente:
Matteo:

Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo
e a lui solo rendi culto

Luca:

Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai

Il Tentatore aggiunge all’orgoglio il sentimento della paura, nell’episodio della seconda tentazione:

Matteo:

Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo,
ed essi ti sorreggeranno con le loro mani,
perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede

Luca:

Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordine per te,
perché essi ti custodiscano;

e anche:

essi ti sosterranno con le mani,
perché il tuo piede non inciampi in una pietra

Anche questo attacco viene rispedito al mittente con un lapidario “E’ stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo” che accomuna i due Evangelisti. Non potevano l’orgoglio (“Se tu sei il figlio di Dio”) e la paura (“gettati giù non ti succederà niente”) mettere in difficoltà un Dio.

Come spiega bene Rudolf Steiner nelle sue innumerevoli conferenze sui Vangeli, il Tentatore prova a mettere in difficoltà il Dio “fatto uomo” all’inizio del suo Ministero terreno, subito dopo il Battesimo del Giordano e la discesa dello Spirito su di Lui (Gv 1,32: Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di Lui).

Ma è nella prima delle tentazioni che Satana mette in luce il grande problema a cui l’uomo deve necessariamente far fronte: trasformare le pietre in pane.

Matteo:

Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane

Luca:

Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane

Qui Satana allude alla condizione terrena dell’essere umano: per vivere non può fare a meno del pane. La risposta fornita dal Dio fatto uomo all’inizio del suo Ministero terreno non esaurisce la domanda, lascia in sospeso un problema:

Matteo:

Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio

Luca:

Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo

E’ innegabile infatti che la condizione umana, a differenza di quella divina, impone il mangiare per sopravvivere. Sulla Terra è necessario trasformare il minerale, il metallo, in denaro per mangiare. E nella risposta il Cristo lo mette in evidenza: non di solo pane vivrà l’uomo, ovvero non solo di cibo, ma non senza cibo. La vita sulla terra è garantita dal lavoro, così come le api operaie trasformano il polline in nettare attraverso il loro lavoro, l’uomo deve trasformare l’elemento minerale-terreno in denaro per cibarsi, per sopravvivere.

Arrivati a questo punto è utile e necessario rimarcare, per non ingenerare facili equivoci, la distinzione tra denaro e moneta. La moneta non è che il supporto materiale (oggi nemmeno tanto materiale vista la sempre più veemente imposizione della moneta elettronica) del denaro: è la certificazione codificata che il denaro esiste. Questo certificato può essere espresso in simboli come le monete metalliche, le banconote, i titoli azionari, le obbligazioni, gli assegni, i pagherò, i travel shek ecc…

Ma se la moneta non è il denaro (e viceversa), cos’è realmente il denaro?
Massimo Fini nella sua pregevole opera Denaro sterco del Demonio, ricorda quali siano le 4 fondamentali funzioni del denaro: 1) Misura del Valore; 2) Intermediario nello scambio; 3) Mezzo di pagamento; 4) Deposito di ricchezza. E ci tiene a sottolineare il drammatico equivoco in cui l’opinione comune facilmente cade, ovvero lo scambiare il denaro con la ricchezza. Infatti in economia la ricchezza non è data dal denaro, ma dalle materie possedute, cosa ben diversa. Fini dice: “Io posso essere certamente disposto a scambiare la mia mucca per denaro ma non cambierei mai tutti i beni del mondo con tutto il denaro del mondo. Perchè non saprei cosa farmene.” Questo paradosso mette perfettamente in luce la vacuità e l’inconsistenza del denaro, già approfondita da Aristotele: “Taluni ritengono la moneta un non senso, una semplice convenzione legale senza alcun fondamento in natura, perchè cambiato l’accordo fra quelli che se ne servono, non ha più valore alcuno e non è più utile per alcuna delle necessità della vita, e un uomo ricco di denaro può spesso mancare del cibo necessario: certo, strana davvero sarebbe tale ricchezza che, pur se posseduta in abbondanza, lascia morire di fame, come appunto il mito tramanda di quel famoso Mida” (Aristotele, Politica). Vien da sè che la reale ricchezza di una nazione e di un popolo non può risiedere nel denaro posseduto, piuttosto dalle terre lavorate, dalle materie prime, dalla pesca, dalle greggi, dalle bestie ecc…

Per risalire alla reale natura del denaro non occorre un approccio politico-economico, men che meno giuridico: l’approccio deve essere necessariamente filosofico. Vittorio Mathieu nella sua Filosofia del Denaro dice che il valore del denaro dipende dal futuro, perchè il denaro è una promessa. Chi ha denaro in tasca, in realtà si porta dietro la promessa che qualcuno corrisponderà una qualsiasi prestazione per lui. Ed è in virtù di questa promessa che il denaro assume valore. Il Chiarissimo Prof. Giacinto Auriti nell’indispensabile Il Paese dell’Utopia – la risposta alle cinque domande di Ezra pound afferma un postulato incontrovertibile: il valore è un rapporto tra fasi di tempo. Diceva il Prof. che la penna assume valore perchè con essa si prevede di scrivere, la moneta ha valore perchè con essa prevedo di comprare. Il valore non è una qualità della materia, come i material-monetaristi di oggi sostengono, ma è il frutto di una previsione, ovvero di un’attività immateriale, “spirituale” dell’uomo. Ecco la vera natura del denaro: un mezzo convenzionalmente riconosciuto con il quale l’uomo è convinto di garantirsi un futuro. Ed è in questa frase che ritroviamo il punto di forza su cui poggia il potere di Satana nel mondo: l’uomo è costretto a trasformare per mezzo del suo lavoro l’elemento minerale in denaro per poter ottenere il pane con cui sopravvivere: è costretto a nutrirsi con il denaro. Questa è la dannazione umana fino ad allora ignota agli dei. Questo è quello che il Dio fatto uomo dovette sperimentare in prima persona con l’episodio del tradimento di un suo discepolo che si consegnò a Satana, a causa del denaro.

Ed è appunto sulla dannazione del denaro che si fonda il male del mondo. Il desiderio, la brama di garantirsi un futuro prospero per sè e per la propria progenie (tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai) e la paura di non poter sopravvivere, inducono l’uomo a farsi fiera per poter prevaricare sul prossimo, rendendo l’uomo schiavo di mammona, che non a caso nella lingua aramaica significa denaro, ricchezza e demonio.

[continua]

Annunci