Come gli italiani del 1938, che festeggiavano sornioni ed accondiscendenti la visita del Fuhrer in Italia, dopo i fasti dell’Impero finalmente riconquistato; e nello stesso modo in cui i berlinesi passeggiavano rimirando le vetrine, lungo la direttrice dell’Unter den Linden, ancora nel 1942, all’epoca della massima estensione dell’avanzata nazista, così oggi gli europei assistono assuefatti all’ennesima operazione di “esportazione di democrazia” nel vicino Oriente.

Come se la cosa non li riguardasse, e la guerra fosse un servizio degli esteri del nostro inguardabile TG, tra le notizie dell’immancabile aumento di benzina e del caldo asfissiante d’estate, con i suoi giornalistici nomi improbabili. La guerra è “laggiù”, e i nostri si stanno comportando benissimo. Non mancherà molto che la nostra partecipazione blanda e vigliacca a queste subdole operazioni prima o poi ci si ritorcerà contro, e come questo avverrà, improvvisamente ci rivolteremo contro quelli “che ci hanno portato a questo punto”. Ma come ci stiamo arrivando?

Passo dopo passo, operazione di polizia internazionale dopo operazione di peace-keeping, siamo passati dall’Iraq alla Bosnia e ritorno e da questi all’Afghanistan, passando per le primavere invernali dell’Egitto, della Tunisia e dell’orrenda Libia.

Anche se ci hanno abituati a queste operazioni, abbiamo capito tutti che in Iraq – per esempio -non c’era la “pistola fumante”, e che Saddam Hussein ( chiamato affettuosamente solo Saddam dai suoi ex-amici americani ) non fiancheggiava manco per niente la famigerata organizzazione terroristica denominata “Al-Qaeda”, né tantomeno le dava asilo; tutti abbiamo potuto assistere allo smembramento di uno stato arabo laico, socialista, in cui le donne insegnavano nelle scuole ed avevano accesso alla carriera politica e diplomatica; tutti abbiamo potuto vedere la distruzione sistematica del tessuto interetnico di quello stato e la sua divisione secondo assi religiose: il sud agli sciiti, il centro – per così dire – ai sunniti – ed il nord ai Kurdi ( in realtà sotto amministrazione controllata del Mossad, che da lì ha piazzato le sue basi per influenzare e coordinare le realtà politiche anti-iraniane e – per l’occasione – antisiriane ).

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La guerra in Iraq non ha risolto un bel niente, e soprattutto per l’Italia ( cosa che ci interessa maggiormente ) ha risolto ancor meno. Il nostro presidio militare a Nassiriya ha prodotto solamente 19 morti, tra i nostri soldati, con il ridicolo risultato di veder assegnare i diritti di sfruttamento dei giacimenti a cui mirava l’ENI alla giapponese Nippon Oil.

Cornuti e mazzìati.

Per spiccate doti di autolesionismo, abbiamo partecipato con entusiasmo all’avventura afghana; dopo l’ignobile atto terroristico che ormai anche i sassi attribuiscono ad un lavoro interno dell’amministrazione Bush

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( qui architetti ed ingegneri DI TUTTO IL MONDO demoliscono la “versione ufficiale” del governo: http://www.youtube.com/watch?v=0pNyYqrGORg&feature=player_embedded ) per mano di 19 –stranamente – sauditi come Bin Laden, l’Italia manda un contingente di pace che costa 51 milioni di euro al mese e produce la bellezza di 47 morti da quando è iniziata.

Mentre gli USA stanno lì in pianta stabile per dar vita ad un oleodotto avveniristico che ridisegnerà gli scenari e gli approvvigionamenti dell’Occidente per i secoli a venire ( The New American Century, lo chiama l’amministrazione Bush ) chiamato “Nabucco”, noi italiani – sempre un po’ più furbi degli altri, sempre un passo avanti, da amici che fanno amicizia con il nemico – che facciamo? Treschiamo con il Russo, che in Afghanistan ci ha lasciato le unghie, attraverso la partecipazione alla condotta del South Stream e lavoriamo nei paesi ex-sovietici come il Turkmenistan, in aperta competizione con i nostri alleati nel paese delle aquile.

Chissenefrega se il suddetto paese asiatico figura – secondo una graduatoria stilata da quei rompiscatole di Reporter sans frontières – 173° su 175 per la libertà di stampa (http://rsfitalia.org/indice-della-liberta-di-stampa-2009/indice-2009-la-classifica-completa-dei-175-paesi/ ), e che i diritti umani siano rispettati esattamente come in Corea del Nord. Per darvi un’idea della gente con cui non ci vergogniamo di fare affari, occorre sapere che in Turkmenistan, in base alla costituzione, il Capo di Stato e di Governo è vitalizio e detiene poteri esecutivi, legislativi e giudiziari diretti. L’unico partito esistente è il Partito Democratico del Turkmenistan, che raccoglie politicamente tutto il popolo turkmeno; se la cosa non scalfisce il vostro cuore duro di realistici business-men aggiungo che ci sono leggi che vietano le acconciature di capelli e barbe non tipiche del Turkmenistan, e le città hanno l’obbligo di erigere statue d’oro raffiguranti il capo che indica il sole ed il calendario è stato modificando utilizzando nuovi nomi per giorni e mesi, tratti dai nomi della famiglia e della corte del Presidente…

Ma Gurbanguli Berdymukhamedov mica è Assad, che come quel fesso di Saddam manda in giro le donne senza velo e ha costruito un paese con accesso libero all’università a donne e uomini; dove le donne possono guidare ed insegnare. Dove VOTANO dal 1949 al compimento del 19° anno d’età.

Insomma, dopo l’Afghanistan – e senza catturare la primula verde Osama Bin Laden – visti i clamorosi insuccessi, gli USA decidono di venire a patti con i talebani “moderati” ( se la formula non facesse già ridere di suo ci sarebbe da piangere ) perché non riescono ad uscire da quel pantano, e si sono inimicati i loro alleati strategici pakistani che, dal Kyber Pass, garantiscono gli approvvigionamenti che altrimenti non arriverebbero mai alle estenuate truppe rap-anabulizzate.

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L’Italia in tutto questo che fa? Attraverso il fiuto da uomo d’affari del suo discutibile ma amato e stravotato premier, Silvio Berlusconi, riesce ad intrattenere rapporti amichevoli con lo zar Russo, il monolitico Putin, che gli apre i rubinetti del gas ucraino, i rapporti nelle ex-repubbliche sovietiche asiatiche, del sinistro presidente Lukashenko e – dulcis in fundo – dell’ex nemico giurato dei “colonialisti italiani” Muhammar Gheddafi.

Questo iper-attivismo italiano non sfugge agli statunitensi cablo-leaks, e una cortina di veleno si solleva contro il nostro Governo, dando vita a feroci campagne di diffamazione e prese di distanza anche di ex-lecchini del suddetto Premier, come il senatore Paolo Guzzanti (http://coriintempesta.altervista.org/blog/il-piano-usa-per-fare-cadere-berlusconi-di-p-guzzanti/ ).

Da lì a poco, il peggior presidente di Francia – attraverso l’agit prop BHL ( Bernard Henri-Levy ) – organizza una canizza contro gli affari lucrosi e trasparenti – oltre che estremamente vantaggiosi – stilati dall’Italia col partner libico, e si propone servilmente al presidente Americano Nobel per la Pace come cuneo per scappottare l’accordo raggiunto dall’ENI sulle forniture di greggio e gas ( tra l’altro il petrolio libico è tra i crude-oil migliori al mondo e necessita di poche spese di raffinazione ).

La guerra in Libia – alla quale è costretta a partecipare l’Italia affranta di Berlusconi agli ordini del ( già s’era capito! ) Presidente Integerrimo Napolitano – conosce alcuni particolari a cui nemmeno le precedenti operazioni avevano osato – seppur in formato ridotto, come i cormorani ricoperti di petrolio kuwaitiano ai tempi dell’Iraq – portarci.

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Con il peloso aiuto delle fetide monarchie del Golfo, quelle satrapìe medievali e oscurantiste praticanti il più retrivo islam conosciuto sul pianeta, alcuni Stati Occidentali ( la coalizione dei volenterosi assassini ) organizzano il più grande battage pubblicitario mai visto dai tempi – appunto – della prima guerra del Golfo: “Gheddafi mitraglia la folla che protesta pacificamente; Gheddafi che usa milizie africane contro i cittadini inermi; Gheddafi che fa fosse comuni sulle spiagge tripoline…” . Tutto amplificato e legittimato – “lo dicono anche gli arabi” – dalle televisioni dell’emiro del Qatar, Al Jazeera e della saudita Al Arabiya. Persino la presa del compound di Bab-al-aziziya viene girato prima negli studios del Qatar!!

Dopo qualche mese di insperata resistenza, Gheddafi viene assassinato e i Rotschild possono finalmente legittimare la banca aperta durante la rivolta di Bengasi come nuova banca “nazionale”, e i contratti petroliferi rivisti al ribasso per il nostro Paese.

Per quanto il nostro orgoglio patriottico d’antan ci faccia considerare la Libia come la nostra ex – quarta sponda, durante la crisi abbiamo portato via poche migliaia di lavoratori operanti nel paese africano: i cinesi qualcosa come 30mila. Sono dovuti intervenire con una nave da guerra.

L’Italia ha quindi dovuto ripiegare, testa bassa e facendo mille scuse, e dopo pochi mesi – seppur con una resistenza degna dell’ex amico tripolino – anche il fiero Presidente del Consiglio Berlusconi ha dovuto cedere il passo. Meglio le dimissioni che un funerale di stato.

Chissà, magari il Berlusca non c’ha nemmeno pensato, ma ogni volta che un italiano pesta i piedi agli interessi della Gran Bretagna, della Francia e degli Stati Uniti d’America in campo energetico, fa la fine di Mussolini, di Mattei, di Moro o di Craxi…

Il fiuto da uomo d’affari non deve averlo tradito neanche stavolta!

Il “Nuovo Medio Oriente”, per usare un’espressione introdotta al mondo nel Giugno 2006 a Tel Aviv dal Segretario di Stato Statunitense Condoleezza Rice, ha continuato a disegnarsi attraverso le “primavere arabe” tunisine ed egiziane, che hanno visto prevalere la Fratellanza Mussulmana Sunnita. Le nuove elezioni hanno regalato parlamenti che hanno legiferato in senso islamico radicale, ed hanno – come nel caso della Tunisia – riscritto la Costituzione portando i diritti conquistati dalle donne ai tempi della dominazione araba.

Cui prodest questo nuovo assetto del mondo arabo in chiave sunnita, radicale e permanentemente in conflitto?

Di sicuro alle citate satrapìe dei Saud, degli emirati del Golfo e del Qatar, che vedono come il fumo negli occhi l’Asse della Resistenza impostato dall’Iran sciita, attraverso i suoi alleati – eroici nella guerra contro Israele – libanesi degli Hizbullah, e della Siria tenuta saldamente dalla componente alawita ( ramo sciita dell’islam ). L’influenza iraniana si è diffusa – grazie agli apprendisti stregoni del Pentagono – nel sud dell’Iraq, e lì sono riusciti ad avere anche il primo ministro, per poi veicolarsi attraverso le giuste rivendicazioni dei lavoratori oppressi e discriminati del Bahrein, sciiti anch’essi. Una feroce repressione, perpetrata dall’esercito saudita che è entrato nel Regno degli Al-Khalifa su richiesta del monarca stesso, ha spento nel sangue l’unica vera “primavera” araba della regione, nel silenzio complice dell’Occidente.

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Secondo, conviene agli Usa, la cui avversione all’Iran è più che ventennale; ora che l’influenza persiana si è rafforzata con l’alleanza strategica russo-cinese, l’odio americano verso gli Ayatollah conosce picchi che solo la psicosi israeliana riesce a superare.

E l’Italia?

L’Italia, ex-primo partner commerciale europeo dell’Iran, con uffici ENI aperti a Teheran dai tempi dell’ineguagliabile Italiano Enrico Mattei, ha aderito alle sanzioni contro l’Iran. Avendo perso partecipazioni al South Stream (  http://petrolio.blogosfere.it/2011/11/aii-tedeschi-north-stream-ai-francesi-south-stream-e-a-noi-neanche-la-libia.html ) a vantaggio dei francesi e dei tedeschi ( quest’ultimi addirittura neutrali contro Gheddafi! ); non potendo usufruire degli approvvigionamenti libici come in precedenza; non avendo più il contratto in Iraq ed essendo tutti i paesi del Maghreb interessati da fenomeni politici che ne compromettono la stabilità, ed avendo i verdi in casa, ci chiediamo preoccupati: che ne sarà della nostra politica energetica?

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Ecco, abbiamo sin qui riassunto per sommi capi quello che è successo da dieci anni a questa parte; da quando cioè il mondo occidentale è stato sconvolto da un attentato fantasmagorico che ha abbattuto due torri in acciaio a NY per il tramite di due aerei, e fattone cadere un altro accanto senza che neanche un piccione lo colpisse; da quando quel Governo ferito ha individuato gli autori di quell’attentato senza rivendicazione e senza processo ( se tale si può chiamare quello che hanno orchestrato contro Khaled Sheikh Mohammed, reo confesso dopo anni di torture a Guantanamo persino d’aver rubato la torta di mia nonna ) in un gruppo di fanatici islamisti residenti in Afghanistan, che aveva abbondantemente foraggiato un decennio prima quando combattevano contro i sovietici; da quando l’attacco ai suddetti è incredibilmente partito dall’Iraq, che sta all’Afghanistan come la Spagna alla Romania …

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Insomma, tutto questo ci ha portato alla Siria, oggi.

La Siria è diventata la pietra dello scandalo, il paese dove i diritti umani vengono conculcati e le aspirazioni alla “democrazia” vengono represse duramente dall’esercito attraverso non meglio precisate stragi, assassini e bombardamenti indiscriminati.

Fino a poco tempo fa, consegnavamo l’Onorificenza di Cavaliere di gran croce al suo presidente Bashar al-Assad, e ora gliela ritiriamo per “indegnità”.

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Che appetiti solletica la Siria?

Innanzitutto, la Siria, come la Libia prima, estrae il proprio petrolio attraverso una compagnia nazionale, che appartiene allo Stato, la Syrian Petroleum Company (SPC), una struttura  del Ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie (MoPMR) e, come tutti sanno, le National Oil Company non se la passano troppo bene nel Nuovo Ordine Mondiale delle Corporation private; l’export  di petrolio è gestito dalla Sytrol, la società di Stato siriana per il marketing del petrolio. La parte preponderante del greggio siriano è venduto ai paesi dell’Unione europea (http://www.ice.gov.it/paesi/asia/siria/upload/203/settore_energetico.pdf).

È naturale in tutto questo che la UE gli applichi delle sanzioni…

La situazione economica siriana poi, è anche aggravata dall’odiosa perseveranza nel dotarsi di una moneta sovrana nazionale… e magari anche la Banca Centrale è di Stato! Un orrore, di questi tempi, che deve essere rimosso.

Quindi, così come Gheddafi era l’anello debole degli interessi italiani, gli alleati franco-britannico-statunitensi hanno individuato nella Siria di Assad quello dell’Iran, e della Russia e Cina poi.

Per chi lo ignorasse ancora, l’unico porto d’accesso al Mediterraneo che conservano i Russi è Tartus, in Siria, dove conservano una base bene armata.

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È partita quindi l’operazione Vulcano a Damasco, che ha portato nel breve giro di pochi mesi delle sporadiche manifestazioni anti-Assad in centri minori a trasformarsi e a dilagare in attentati, assassini di massa ( come ad Houla ), episodi di guerriglia urbana ad opera di “ribelli” armati di tutto punto.

Un misterioso quanto improbabile “Osservatorio sui diritti umani in Siria” con sede a Londra ( ! ) gestito da tal Rami Abdel Rahman, ( che avrete sentito nominare decine di volte dai nostri ossequiosi quanto inutili telegiornali ) comunica da Londra agli organi di stampa nostrani quante persone defezionano dall’esercito regolare, quanti soldati sono uccisi, manifestanti massacrati dal regime e via inventa-riando.

La grancassa mediatica occidentale è partita, ma non ha dato i frutti sperati, e Assad s’è ben presto rivelato un osso più duro del previsto. I suoi alleati regionali non l’hanno abbandonato, e la Russia e la Cina si sono opposte per due volte nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad un intervento militare, non sapendo effettivamente CHI stia facendo COSA all’interno del territorio siriano.

Da qualche tempo a questa parte invece, quell’accozzaglia di elementi disparati provenienti dal confine turco, e da questi armati e sostenuti, che si fa chiamare Esercito di Liberazione Siriano, ha visto rinforzare le sue fila da insperati guerriglieri messi su dal principe saudita Bandar-bin-Sultan, noto a tutto il mondo reale come Bandar Bush ( per la confidenza con la famiglia texana ) nonché per essere il vero manovratore della galassia terrorista nota in Occidente come “Al Qaeda”.

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Apparirà bizzarra al lettore superficiale ( il quale comunque non sarà arrivato sin qui! ) questa affermazione apparentemente contraddittoria, eppure è così. Oggi in Siria operano – a fianco dei combattenti dell’ELS – dei volontari islamici provenienti da tutto il mondo: il famoso network creato ai tempi dell’Afghanistan, rinsaldato e rodato in Bosnia Erzegovina; affinato in Iraq e messo in opera apertamente in Libia, dove ex detenuti di Al Qaeda come Abdel Hakim Belhadj, noto anche come “Abu Abdullah al-Sadeq” e “Hakim al-Hasidi” , sono diventati comandanti militari dell’esercito “libero” libico e  hanno guidato la battaglia di Tripoli.

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Ecco chi sono i portatori di democrazia per conto dell’Occidente in Siria! Leggetevi cosa hanno trovato i generali siriani tra i guerriglieri morti nella battaglia di Aleppo e Damasco, in questo godibilissimo articolo di Robert Fisk:  http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8738-siria-la-guerra-vista-dal-lato-dei-cattivi.html

Appena qualche giorno fa ad Aleppo è caduto il celebre terrorista di Al Qaeda Abu Zaid Altunisi, “eroe” delle battaglie di Tripoli e della Sirte ( qui la notizia: http://www.saidaonline.com/news.php?go=fullnews&newsid=48733 ) ed altri l’hanno seguito, come Rustam Galaev, figlio del leader jihadista ceceno Ruslan Galaev. Del resto, tempo fa, anche il Guardian aveva sottolineato la presenza di combattenti libici, pakistani, sauditi, senegalesi, uzbeki, ceceni e algerini in territorio siriano.

Passa inosservata in Italia – se non fosse per Il Foglio del cristiano fondamentalista berlusconiano Giuliano Ferrara – la notizia che il Council on Foreign Relations, organo al livello alto dell’establishment americano, ha diffuso un articolo firmato da Ed Husain che sostiene: “I ribelli siriani oggi sarebbero incommensurabilmente più deboli senza al Qaida. (… ) L’arrivo di jihadisti di al Qaida porta disciplina, fervore religioso, esperienza bellica dalle battaglie in Iraq, finanziamenti dai simpatizzanti nel Golfo e, soprattutto, risultati letali” (http://www.ilfoglio.it/soloqui/14548 ).

In effetti questo nome, “Al-Qaeda”, già dai tempi in cui studiavo l’arabo mi aveva procurato più di un sospetto; dicevano i giornali che significava la “base”, la “fonte”. Ma io testardo, mi ostinavo a cercare sul dizionario Zanichelli e scoprivo che significava anche banalmente “database”.

Allorché, nella mia ironia immaginavo la scenetta di un Bush che – sollecitato su un governo da rovesciare – rispondesse al funzionario dei Servizi: “Portami la lista, il database dei “nostri” operatori…”

La lista doveva necessariamente essere stata stilata in arabo, e c’era scritto “Al-Qaida”.

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La mia fantasia è stata superata dalla realtà, quando ho letto queste notizie su internet: “Secondo un’affermazione rilasciata l’8 luglio 2005 al quotidiano britannico “The Guardian” dell’ex-ministro degli Esteri britannico Robin Cook (laburista) – che si dimise per protesta contro l’aggressione all’Iraq di Tony Blair -, al-Qāida sarebbe la traduzione in arabo di “data-base”: «Per quanto ne so io, al-Qāida era originariamente il nome di un data-base del governo USA, con i nomi di migliaia di mujāhidīn arruolati dalla CIA per combattere contro i Sovietici in Afghanistan». Altre fonti affermano che il nome deriva dal centro logistico situato a Peshāwar: in tale luogo venivano registrati i nomi dei volontari arabi che sarebbero stati successivamente mandati a combattere in Afghanistan contro le truppe russe”.

Non è che c’è voluto tanto a scoprirlo: a parte il buon senso, è bastato Wikipedia!

Allora, alla luce di tutto questo, credete ancora che l’America sia stata attaccata da questo gruppo sgarrupato di combattenti addestrati da loro stessi, e che questo stravolgimento che stiamo vivendo non sia invece il dispiegamento del progetto del Nuovo Secolo Americano dell’Amministrazione Bush, per frenare l’inevitabile declino dell’Impero così come l’abbiamo conosciuto finora, e che tutto questo serva a garantire all’Impero medesimo di continuare a gestire le risorse energetiche del pianeta in corso d’esaurimento?

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A me pare fin troppo chiaro, e di “rivoluzioni arancioni” , “onde verdi” e “primavere arabe” comincio a non poterne veramente più.

Twitter @ClaudioMarsilio

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