di Claudio Marsilio

Non si erano ancora spente le polemiche per l’articolo di pochi giorni fa di Massimo Fini su “Il Gazzettino” (“Tanti orrori nel fascismo ma questa “democrazia” ne rivaluta alcuni meriti” http://www.massimofini.it/articoli/tanto-orrori-nel-fascismo-ma-questa-democrazia-ne-rivaluta-alcuni-meriti ) che già altri involontari elogi fioccano sulla legislazione fascista.
Tra l’altro, stavolta, del fascismo rivoluzionario, quello repubblichino. Il peggiore, insomma.
Quello che il risvegliato presidente della Camera definì il “male assoluto”.
Ma veniamo al fatto: il 7 settembre è passato al TG2 un servizio ( di tre ) che ci ha raccontato la straordinaria novità apportata dal Gruppo Volkswagen in Italia. A Verona ( guarda un po’ ) il 18 maggio 2012 è stato sottoscritto il nuovo Contratto Integrativo.
“La declinazione italiana della Charta – dice Goffredo di Palma, Direttore Personale e Organizzazione di VGI – introduce i diritti di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori: diritto di informazione, di consultazione e di cogestione. Partecipazione significa coinvolgimento attivo dei Collaboratori nel processo di sviluppo dell’Azienda e il nuovo documento regola le questioni normative e la condivisione delle scelte strategiche con le rappresentanze sindacali”

Afferma nel servizio del TG2 la giornalista: “Per la prima volta nel nostro paese lo scorso maggio è stato firmato un contratto integrativo che prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. Una novità targata Volkswagen Group Italia, società tutta italiana, che ha recepito la Carta Mondiale dei Lavoratori del Gruppo, adattandola alle norme vigenti nel nostro paese. Vengono introdotti i diritti di partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori, di informazione e di cogestione. (…) Più del 90% dei lavoratori del Gruppo ha detto sì. A convincerli proprio la parola ‘cogestione’.” (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c42d0ddf-964c-42d2-8c81-a53aa6cf2c61-tg2.html#p=0)
Nell’ambito dello stesso servizio è utile ascoltare cosa dice il rappresentante della FILCAMS CGIL Floriano Zanoni: “Non esiste in Italia una norma di cogestione, per cui noi l’abbiamo tradotto in ‘contrattazione’. La contrattazione è l’anima dell’attività sindacale etc.”
Lui l’ha tradotto… in sindacalese italico.

La storia della “cogestione aziendale” in Germania prende le mosse da una norma varata dal governo socialdemocratico nel 1976. Franco Garippo, italiano, da 35 anni nel consiglio di fabbrica della Volkswagen di Wolfsburg lo spiega così in un’intervista all’Espresso, di mesi fa:
Domanda: “Un ruolo di rilevo nel ‘modello tedesco’ lo ha, specie per i lavoratori, la partecipazione agli utili. Quest’anno ad esempio, quanto hanno incassato in premi-extra i dipendenti Vw?”
«Quest’anno noi della Vw abbiamo ottenuto un premio di 7.500 euro. Questo ‘bonus’ è un’altra rivendicazione sindacale e prevede, per contratto, una partecipazione annua dei dipendenti agli utili. A fine novembre abbiamo ricevuto i primi 1.400 euro; a fine maggio degli utili VW 2011 a noi verranno altri 6.100 mila euro. Tutto questo è il cosiddetto ‘modello tedesco’: non si può prendere ed esportare in Italia o altrove solo una sua parte».
Domanda: “Qual è il consiglio che lei darebbe a sindacati, imprese e al governo Monti?”
«A sindacati e imprese in Italia direi di guardare al fondo del modello tedesco. Si basa sulla cogestione ed implica soprattutto il senso della responsabilità per entrambe le parti sociali. Un’azienda funziona meglio solo se i suoi dipendenti si sentono più rispettati e sicuri, identificandosi col futuro della stessa azienda».
(http://espresso.repubblica.it/dettaglio/il-modello-tedesco-non-centra/2177224)
Allora, rimettiamo le dieresi sulle u.
A parte che al Garippo sfugge che tale legislazione è stata esportata proprio dall’Italia ( che al massimo la dovrebbe riscoprire ) vediamo da dove arriva questa “rivoluzionaria” proposta.
In Italia il primo a parlare di Socializzazione e di partecipazione agli utili delle imprese è stata la Repubblica Sociale Italiana. Esattamente a Verona ( guarda un po’ ), quando furono proclamati i 18 punti costitutivi del nuovo Stato.
Al punto 12 recitavano:
“In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all’equa fissazione dei salari, nonché all’equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica. In altre, sostituendo i consigli d’amministrazione con consigli di gestione, composti di tecnici e di operai, con un rappresentante dello Stato; in altre, ancora, in forma di cooperativa parasindacale.”

La socializzazione delle imprese – vista con sospetto e boicottata dalla Germania nazionalsocialista ( ‘sti tedeschi! ) – divenne legge dello Stato Corporativo con il Decreto Legislativo del 12 febbraio 1944 N.375, alla firma di Benito Mussolini, Domenico Pellegrini Giampietro e Piero Pisenti.
Cosa prevedeva in sintesi?
1. La totale assenza di lavoro dipendente, ovvero: ogni entità produttiva appartiene in egual misura a tutti i suoi lavoratori, senza più padroni né dipendenti. Ciò a differenza del capitalismo, dove un’entità produttiva è di proprietà di una persona o di una società di persone, anche estranee alla produzione, mentre la produzione è affidata a lavoratori dipendenti.
2. La socializzazione redistribuisce la proprietà, eliminando i rapporti umani di sudditanza e dipendenza salariati, confidando sulla naturale maggior responsabilizzazione dei lavoratori di fronte all’autogestione del loro lavoro e del loro capitale.
3. La socializzazione, a differenza della collettivizzazione comunista, non prevede l’attuazione dei propri contenuti dottrinali mediante una rivoluzione espropriativa, ma mediante la proibizione legislativa del lavoro salariato e la contemporanea concessione di un credito sociale. La gerarchia e la distribuzione degli utili delle grandi aziende verrebbe decisa attraverso il consenso di tutti i lavoratori dell’azienda, nello stile del corporativismo e in un’ottica di meritocrazia.
(http://it.wikipedia.org/wiki/Socializzazione_dell%27economia#La_socializzazione_nel_fascismo)

BUM! Come non riconoscere la socialdemocrazia tedesca del 1976 in questi propositi?
Interessante la chiosa sull’enciclopedia democratica della Rete:
“L’attuazione integrale della socializzazione era prevista, ironia della sorte, per il 25 aprile 1945.
Difatti il 25 aprile 1945 tra i primi atti politico-amministrativi del CLNAI (il CLNAI era formato da: comunisti (PCI), cattolici (DC), azionisti (PdA), liberali (PLI), socialisti (PSIUP) e democratici-progressisti) dopo la sconfitta del fascismo nel nord Italia, vi fu proprio l’abrogazione del Decreto Legge sulla Socializzazione.

È naturale che il sindacalista della CGIL di cui sopra affermasse “In Italia una norma simile non esiste”. Avrebbe dovuto dire: “C’era, ma i nostri compagni l’hanno giustamente affossata come bieco retaggio del Regime Reazionario.”
Sotto sotto però, qualcuno del CNL ( comitato liberazione nazionale ), sicuramente un romano, deve aver detto all’orecchio dei Costituenti: “Aho,ma che davero volemo buttà via tutto? Ma guardate che i fascisti non erano mica tutti fessi. Mettemoli fuori legge, ma tenemose le cose bbone…”
E fu così che l’Italia Democratica e Repubblicana si tenne l’INPS, l’INAIL, l’IACP, l’IRI, il Codice Rocco, il Codice dei Beni Culturali, etc.
E si tenne pure un pezzettino di socializzazione. Non si sa mai.
All’articolo 46 della Costituzione Italiana ( Costituzione Bonanni! Costituzione, Floriano Zanoni!! Costituzione Italiana, redazione del TG2!!! ) c’è scritto: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Proprio un modello tedesco, non c’è che dire.

Twitter @claudiomarsilio

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